Fuga di cervelli dall’Italia, un problema ormai sempre più presente nella società attuale.
Una larga percentuale di laureati italiani sono costretti a “fuggire” dal proprio paese natale alla ricerca di nuove opportunità di crescita professionale. Questa percentuale aumenta in maniera esponenziale se analizziamo un campione di giovani della fascia meridionale della penisola.
Tante sono le soluzioni che il governo ha cercato di adottare, la maggior parte delle quali focalizzata sul finanziare, e quindi promuovere, la nascita di attività imprenditoriale al sud: finanziamenti nel campo della “new Energy”, dell’agricoltura, dell’artigianato, finanziamenti per l’imprenditoria giovanile…
Il problema, purtroppo, persiste ancora oggi ed è secondo me in continua evoluzione.
Il giovane meridionale, oggi, inizia i propri studi consapevole del fatto che dovrà, finiti gli studi, trasferirsi verso porti più proficui, localizzati, per lo più dei casi, nell’Italia settentrionale, se non all’estero.
“Disponibilità alla trasferta”, “disponibilità al trasferimento”: queste sono le richieste che i giovani d’oggi si sentono fare in fase di colloquio. A tali domande il giovane neo laureato è costretto a rispondere “si, lo voglio”, anche se a malincuore, consapevole del fatto che difficilmente avrà la possibilità di crescere professionalmente nel luogo in cui è nato, in cui ci sono i suoi affetti, i suoi amici, la sua famiglia, la sua vita.
La soluzione a tale problema non può essere nell’agevolare e promuovere l’attività imprenditoriale al Sud. Fondamentale è, a questo punto, ‘spostare il lavoro ‘. Tale processo non può avvenire facendo nascere tante piccole aziende che si ritrovano sole contro le difficoltà economiche del periodo e contro la mentalità meridionale. E’ necessario, secondo la mia opinione, fare in modo che le grandi società spostino i propri centri di competenza nel meridione. Solo in questo modo si può aspirare ad una rinascita del lavoro al sud con una conseguente nascita di nuove società satellite che, solo con la presenza di chiare possibilità di lavoro, potranno creare sempre più lavoro e quindi occupazione.
Di sicuro si tratta di un processo non semplice, reso ancora più difficile dalle difficoltà imprenditoriali di un territorio sempre più ‘additato’ per intrighi mafiosi, e di malaffare. Proprio per tale motivo non si può pretendere che una piccola società riesca a superare problemi di carattere economico unitamente a problemi di carattere gestionale, legati appunto alla presenza della delinquenza.
Una lotta è detta tale quando avviene tra pari livello. Non può definirsi lotta una contesa tra un bimbo ed un pugile, a mio parere il termine più adatto sarebbe suicidio.
Carmine Valente, Molfettese…fuori molfetta…



